da http://www.legioxii.it graffito del Munus Nolae, CIL IV 10237

I gladiatori.

Nell’immaginario comune, eroi che sfidano la morte.

Nella cultura romana antica, a metà fra gli idoli e gli emarginati.

Uomini pronti a morire, per guadagnarsi la libertà o i soldi.

Alcuni sono condannati a morte, e il loro combattimento è SINE MISSIONE (“senza la possibilità di essere graziato (“missum”). Anche se riusciranno a sopravvivere a qualche combattimento non hanno speranze di lasciare l’arena.

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L’origine della figura del gladiatore è oggetto di controversie: alcuni studiosi ritengono sia un resto dei riti funebri, altri ritengono che il suo sangue plachi i morti.

Qualunque sia la sua origine, il gladiatore è una figura ambigua: è l’idolo delle folle, le donne lasciano il marito (anche facoltoso) per stare con lui, come ci racconta Giovenale; tuttavia, egli non è un libero (anche liberi e liberti diventavano gladiatori, ma così facendo rinunciavano alla loro libertà, macchiandosi di INFAMIA, cioè la perdita dei diritti legali dei cittadini a pieno diritto) e, soprattutto, è a contatto costante con la morte, e pertanto pericoloso e contaminato dall’oscurità.

In un combattimento, né l’EDITOR (colui che organizzava gli spettacoli gladiatorii) né il LANISTA (l’imprenditore che ingaggiava e preparava i gladiatori) avevano interesse nella morte del guerriero: infatti la formazione dei gladiatori era lunga e costosa. In molti spettacoli (testimoni i graffiti di Pompei) la maggior parte dei gladiatori sopravviveva, o perché aveva vinto o perché erano stati risparmiati. I gladiatori “in pensione” ricevevano una simbolica spada di legno, e solitamente finivano per addestrare altri gladiatori.

Nei graffiti possiamo vedere i risultati dei combattimenti: V per VICIT (vinse), P per PERIT (morì), M per MISSUM (graziato).

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I giochi gladiatorii furono soppressi definitivamente nel V secolo d.C..

Ma nella nostra società, più o meno due millenni dopo, sono tornati.

Non sto parlando dei soldati, che combattono con le armi, ma di chiunque si trovi a lavorare (o non lavorare) nella nostra epoca.

Il costo della formazione di ogni singolo individuo è costosa, sia in termini strettamente economici (non a caso le scuole di tutti i livelli e tipologie sono oggetto di tagli da parte dello Stato), sia in termini di impegno personale. Ognuno di noi è una risorsa importante, nessuno meno di un altro.

Eppure, nonostanto il costo della formazione di persone che possono portare (tutte)  benefici alla comunità, sembra che chi si trova ai vertici della società non abbia molto a cuore la vita che si conduce, né come (non) vengono formate le generazioni future. Sembra che non ci vogliano vedere uscire vivi dall’arena della società.

La battaglia di ogni giorno (mi viene in mente lo spot Enel) di tutti i guerrieri viene vissuta con la consapevolezza che essa è SINE MISSIONE. Vivere nella società odierna è vivere in un’arena, in cui non sai se e come arrivi al giorno dopo. Giunti ad un’età in cui lavorare diventa difficile se non fisicamente impossibile, a fine rapporto ci troveremo come davanti ad un graffito che parla della nostra vita: vedremo una V, la pensione, come fosse una “vincita”, grazie alla quale finalmente non dovremo più combattere; oppure (più probabilmente) ci troveremo davanti ad una P: si continua a lavorare, non si viene graziati: si passa tutta la vita a combattere.

Quando pensiamo alla P non si intende la morte fisica, ma dello spirito: il gladiatore è sfinito dalla continua operosità che però porta a scarsi risultati. Deve andare avanti, anche coperto di ferite, perché non c’è MISSIO, ma solo una vaga speranza di guadagno temporaneo, lo stipendio.

Il mondo del lavoro, l’arena, diventa sempre più pericoloso, sempre più ricco di belve feroci che tentano di prenderci nelle loro fauci per poi gettarci via dopo averci straziati.

Tuttavia, mentre i gladiatori antichi non avevano la possibilità di cambiare le regole, noi moderni possiamo: la comunicazione con i nostri “lanisti”, gli insegnanti (non solo delle scuole, ma chiunque svolga una professione che ha come scopo la formazione di altri) è fondamentale, ma altrettanto lo è quella con i nostri “editores”, con chi organizza il nostro “spettacolo”, la nostra vita lavorativa, i datori di lavoro e le personalità dello Stato. Comunicare con chi è ai vertici del potere per cambiare le regole e avere una formazione migliore è essenziale perché la società non si trovi a collassare sotto il peso dei troppi guerrieri che combattono ad oltranza, anche quando l’età non lo permette più, soffocando così le forze dei giovani.

In una società ben funzionante non dovrebbero esserci gladiatori che combattono tutta la vita per poi trovarsi ad “addestrare altri gladiatori” e cioè i giovani che ripetono lo stesso percorso, con la stessa (o maggiore) sofferenza e le stesse vane speranze.

La causa fondamentale per cui la società si trova in questo stato è il nostro modo di vivere consumista, che sta logorando gli ingranaggi fondamentali della società: le persone. Costrette a lavorare per produrre di più per poter consumare di più. Il meccanismo, si sa, arriva a logorarsi fino a dover essere rimpiazzato, e noi cosa faremo?

In futuro, non occorre essere profeti per dirlo, nei nostri graffiti troveremo sempre meno V.

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