Corsa

Da tre anni e un mese ho iniziato a studiare all’Università, dopo tanti sbagli: ho frequentato il liceo scientifico per un anno, il linguistico per quattro e al terzo anno mi sono resa conto che avrei dovuto iscrivermi al classico.

Ho finito la quinta linguistico con il rimorso per non essermi iscritta al classico e per non saper bene nessuna delle tre lingue che ho “studiato”.

E alla maturità, la predica del professore di matematica (greco di origini, assolutamente incapace a spiegare la sua materia e a parlare l’italiano, e animato da un odio atavico nei miei confronti, pupilla della professoressa di latino anch’essa oggetto del suo odio) davanti alla commissione d’esame: non sarei mai stata in grado di affrontare Lettere Classiche.

Mi chiesi come una persona come lui, preso atto della sua personalità e delle sue competenze tecniche e linguistiche, fosse riuscita a diventare insegnante in un liceo. A questo non ho mai avuto risposta, e non credo l’avrò mai. Ma so che se ci è riuscito lui, ci posso riuscire anch’io, con l’impegno che serve.

Gli unici professori ad appoggiarmi nella mia scelta per la carriera universitaria furono l’insegnante di Letteratura Italiana, e quella di Latino. Proprio lei che, dopo il trasferimento nella nuova classe, mi guardava con sufficienza e mi interrogava anche se non doveva, rimanendo sempre delusa dal fatto che davo buoni risultati in ogni caso. Proprio lei, che divenne addirittura un’amica e che mi difese fino all’ultimo dagli attacchi di quell’omino che lei paragonava ad “un go-kart: piccolo e che fa tanto rumore”.

Poi arriva il primo anno di Università a Trento: colleghi che mi guardano con sufficienza, professori che al sentirmi dire “non ho fatto il liceo classico” non sanno come guardarmi e che voto darmi, amici zero (dato che l’unica compagnia che frequentavo erano i colleghi, tutti pendolari e troppo impegnati a studiare per prendersi un caffè).

E poi, le due lingue: il latino e il greco, che mi guardavano anch’esse con sufficienza.

Quando venni bocciata alla prova informale di traduzione di latino pensavo che lì sarebbe terminata la mia carriera di classicista.

“Meglio,” dicevo “così i miei colleghi non dovranno imbarazzarsi quando ai propri genitori devono dire che c’è una “mezzosangue” ai corsi”. Poi però ho pensato a quanto stavo spendendo di energie e soldi e provai ad essere più umile e farmi aiutare: il latino che avevo studiato era poco più che zero, e loro avevano una preparazione molto più accurata della mia. Perché quindi non sfruttare quei bastardi che mi guardavano dall’alto? “Mal che vada, non camberà niente, continueranno con questo loro comportamento” mi dicevo.

E cominciai a chiedere a destra e a manca, e mi si avvicinò qualcuno. Cominciai chiedendo come avessero fatto a passare una traduzione così difficile, e mi diedero consigli.

Al secondo tentativo fallito, la mia disperazione aumentò, ma crebbe anche il mio desiderio di farmi aiutare. Chiesi in sostanza di correggere le versioni e di farmi interrogare da questi due personaggi. Mi sentivo umiliata e ignorante.

Poi però accadde che i saggi nelle bibliografie degli esami cominciarono a contenere titoli inglesi e tedeschi: e io, per quanto meno di quello che volevo, conoscevo le lingue moderne meglio di loro. Cominciò lo scambio di informazioni, di traduzioni, si cominciò a parlare degli argomenti trattati nei saggi. Cominciai a condividere le mie opinioni sulle letture, sulle lezioni, a rivolgere domande: ero alimentata da una curiosità più ingenua della loro, e le mie domande spesso diventavano le loro, che scoprivano con me facce nuove degli argomenti che avevano già studiato a scuola.

Fu così che strinsi amicizia con queste persone, che da due divennero 4 (e così sono rimaste). E diventò amicizia tanto che bevevano con me il caffè, uscivano a pranzo e parlavano addirittura di cose diverse dallo studio: un miracolo!

Poi, al terzo tentativo, dopo essermi preparata grazie alle interrogazioni di A., riuscii a superare il test. E tutti gli altri esami di latino con voti che non potevo neanche sognare.

Ho pensato che il primo periodo è molto difficile: devi fare gli esami, non sai come ma sai che devi, non sai come andrà dopo, quanto tempo impiegherai a studiare eccetera.

A volte ti abbatti, pensando che il professore di matematica del liceo aveva ragione.


 

E arriviamo al mio primo anno fuori corso: siamo ad Ottobre, ho già scartato 2 professori per la tesi, aspetto la terza docente che però è in missione archeologica in chissà che posto strano.

Il greco si fa strada, fra alti e bassi, nella mia testolina già carica di altre 3 lingue + latino + italiano + dialetti vari. Sembra che non ce la farò mai.

Però poi mi accorgo che, tra la grande massa di personaggi che mi scoraggiano dal continuare perché tanto non ho un futuro, o che mi guardano con sufficienza (come le matricolette con cui devo sostenere l’esame di greco del I anno), emergono quelli che, come stelle nel cielo notturno, mi illuminano e rendono la giornata migliore con poche parole.

E allora penso che, effettivamente, io ho avuto la fortuna di trovare nuovi amici, e anche dei professori che non lascerei per nulla al mondo, con cui parlare è ogni volta un’esperienza unica e piacevolissima.

Ho concluso che il primo periodo è difficile, certo, ma gli ultimi metri della corsa forse lo sono anche di più: non sai come e quando finirà, anche qui devi finire e non sai come ma sai che devi, e chissà dove andrai e cosa farai dopo! Sembra che nessuno ti possa aiutare, sembra che non ce la possa fare.

Adesso rimane l’incognita di quando e come finirò questa esperienza universitaria, rimane l’incognita di come sarò ridotta dopo la laurea e di dove andrò a continuare i miei studi e a condurre la mia vita.

Ma poi ci sono gli amici che mi aiutano con il greco e professori che dicono “se non ha frequentato il classico vuol dire che è motivata tanto quanto se non più dei suoi colleghi, quindi non si arrenda e finisca!”. E altri che, a modo loro, mi tirano su il morale e mi spingono ad andare, come la mia insegnante di latino del liceo, che si dice sempre fiera dei miei risultati e anche del fatto che sono l’unica, in tutti i suoi anni di servizio, ad aver affrontato gli studi classici dopo aver frequentato il liceo linguistico.

Insomma, nonostante il periodo difficile, so che c’è qualcuno, amico – collega – professore, lì fuori che mi può aiutare, spronandomi e/o consolandomi anche solo con le parole.

Ma ho la certezza incrollabile che qualcuno c’è.

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