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LiterallyValentine

Mente – Spirito – Lettere – Mondo

Perché abbiamo bisogno di scrivere?

Porca miseria…..

sono 4 mesi che non scrivo un macaco.

Però, mi rendo conto di una cosa adesso: quando ho cominciato a scrivere ero in una situazione molto diversa.

Avevo più tempo libero? ……… No.

Avevo più cose da scrivere rispetto ad ora? …..No.

Avevo bisogno di esprimermi, di guardare ed essere guardata?………ah ecco, trovato.

Dopo aver cambiato almeno la metà della mia vita nel giro di meno di un anno, eccomi qui. Ma non ho bisogno di esprimermi perché il mio mondo non trova valvole di sfogo, ma perché voglio condividerlo. Così, non so perché. Ma so che ora è diverso da allora.

Mi sono chiesta perché ho “aperto un blog”, nel quale mi sforzavo di scrivere tante cose… e ammetto, con un po’ di vergogna, di aver scritto, pensato, detto cose inutili, ma avevo un perché.

Ora sono tornata, e un motivo ce l’ho ancora. L’importante è quello.

Scriverò poco e lo farò anche male, probabilmente.

Ma ci proverò. Ancora e ancora.

E’ diventato il mio motto, e lo ripeto dentro di me. Ancora e ancora.

Auguro tante belle cose, tante visualizzazioni, letture, mi piace, commenti, ai nuovi e vecchi blogger su wordpress e su tutte le altre piattaforme e vi chiedo una cosa: perché sentiamo il bisogno di scrivere? Io provo a pensarci, perché a farlo mi è venuta voglia di scrivere.

E se non mi verrà subito la risposta, ci penserò un’altra volta. Ancora e ancora.

Mi pungono come spilli

I tanti ricordi di quell’estate.

Sembra tanto lontana

Per quante ne abbiamo passate.

I capelli erano vortici di luce dorata

E gli occhi come il cielo

Dove splende la stella di cui

Per un solo suono non porti il nome.

Ma il tempo passa

Anche per le stelle

E quando la scia di luce si oscura

A causa di altri corpi

  E la stella non ha la forza

Per liberarsi dall’eclissi,

Ciò che viveva di quella luce

Deve cercare un altro luogo

Per rimanere in vita.

E’ così che tutto rimane in equilibrio:

Tutto quel che vuole vivere, vive

Proprio attraverso il movimento,

mentre

Ciò che resta immobile,

Inevitabilmente, muore.

E’ così che tutto è rimasto in equilibrio.

E’ così che non sei più

Il Sole del mio cielo.

Musica celtica.

Scozia

Il Violino vibra le sue note,

sdraiato sui fili d’erba smeraldina,

legnoso e acuto muove le corde

del cuore.

L’Arpa accarezzata nelle sue

sembianze trasparenti,

seduta sull’antico tronco,

veste di un velo sottile

le emozioni.

Si propagano le onde,

escono agili

dal petto contratto

della pelle di pecora:

è la gelida Cornamusa

che scende dalle scoscese

alture del Nord.

Il fratello minore,

di legno soltanto,

vaga per i boschi danzante,

attirando creature e folletti:

lo chiamano Flauto,

la sua voce è squillante.

Gli ultimi metri sono i più difficili della corsa.

Corsa

Da tre anni e un mese ho iniziato a studiare all’Università, dopo tanti sbagli: ho frequentato il liceo scientifico per un anno, il linguistico per quattro e al terzo anno mi sono resa conto che avrei dovuto iscrivermi al classico.

Ho finito la quinta linguistico con il rimorso per non essermi iscritta al classico e per non saper bene nessuna delle tre lingue che ho “studiato”.

E alla maturità, la predica del professore di matematica (greco di origini, assolutamente incapace a spiegare la sua materia e a parlare l’italiano, e animato da un odio atavico nei miei confronti, pupilla della professoressa di latino anch’essa oggetto del suo odio) davanti alla commissione d’esame: non sarei mai stata in grado di affrontare Lettere Classiche.

Mi chiesi come una persona come lui, preso atto della sua personalità e delle sue competenze tecniche e linguistiche, fosse riuscita a diventare insegnante in un liceo. A questo non ho mai avuto risposta, e non credo l’avrò mai. Ma so che se ci è riuscito lui, ci posso riuscire anch’io, con l’impegno che serve.

Gli unici professori ad appoggiarmi nella mia scelta per la carriera universitaria furono l’insegnante di Letteratura Italiana, e quella di Latino. Proprio lei che, dopo il trasferimento nella nuova classe, mi guardava con sufficienza e mi interrogava anche se non doveva, rimanendo sempre delusa dal fatto che davo buoni risultati in ogni caso. Proprio lei, che divenne addirittura un’amica e che mi difese fino all’ultimo dagli attacchi di quell’omino che lei paragonava ad “un go-kart: piccolo e che fa tanto rumore”.

Poi arriva il primo anno di Università a Trento: colleghi che mi guardano con sufficienza, professori che al sentirmi dire “non ho fatto il liceo classico” non sanno come guardarmi e che voto darmi, amici zero (dato che l’unica compagnia che frequentavo erano i colleghi, tutti pendolari e troppo impegnati a studiare per prendersi un caffè).

E poi, le due lingue: il latino e il greco, che mi guardavano anch’esse con sufficienza.

Quando venni bocciata alla prova informale di traduzione di latino pensavo che lì sarebbe terminata la mia carriera di classicista.

“Meglio,” dicevo “così i miei colleghi non dovranno imbarazzarsi quando ai propri genitori devono dire che c’è una “mezzosangue” ai corsi”. Poi però ho pensato a quanto stavo spendendo di energie e soldi e provai ad essere più umile e farmi aiutare: il latino che avevo studiato era poco più che zero, e loro avevano una preparazione molto più accurata della mia. Perché quindi non sfruttare quei bastardi che mi guardavano dall’alto? “Mal che vada, non camberà niente, continueranno con questo loro comportamento” mi dicevo.

E cominciai a chiedere a destra e a manca, e mi si avvicinò qualcuno. Cominciai chiedendo come avessero fatto a passare una traduzione così difficile, e mi diedero consigli.

Al secondo tentativo fallito, la mia disperazione aumentò, ma crebbe anche il mio desiderio di farmi aiutare. Chiesi in sostanza di correggere le versioni e di farmi interrogare da questi due personaggi. Mi sentivo umiliata e ignorante.

Poi però accadde che i saggi nelle bibliografie degli esami cominciarono a contenere titoli inglesi e tedeschi: e io, per quanto meno di quello che volevo, conoscevo le lingue moderne meglio di loro. Cominciò lo scambio di informazioni, di traduzioni, si cominciò a parlare degli argomenti trattati nei saggi. Cominciai a condividere le mie opinioni sulle letture, sulle lezioni, a rivolgere domande: ero alimentata da una curiosità più ingenua della loro, e le mie domande spesso diventavano le loro, che scoprivano con me facce nuove degli argomenti che avevano già studiato a scuola.

Fu così che strinsi amicizia con queste persone, che da due divennero 4 (e così sono rimaste). E diventò amicizia tanto che bevevano con me il caffè, uscivano a pranzo e parlavano addirittura di cose diverse dallo studio: un miracolo!

Poi, al terzo tentativo, dopo essermi preparata grazie alle interrogazioni di A., riuscii a superare il test. E tutti gli altri esami di latino con voti che non potevo neanche sognare.

Ho pensato che il primo periodo è molto difficile: devi fare gli esami, non sai come ma sai che devi, non sai come andrà dopo, quanto tempo impiegherai a studiare eccetera.

A volte ti abbatti, pensando che il professore di matematica del liceo aveva ragione.


 

E arriviamo al mio primo anno fuori corso: siamo ad Ottobre, ho già scartato 2 professori per la tesi, aspetto la terza docente che però è in missione archeologica in chissà che posto strano.

Il greco si fa strada, fra alti e bassi, nella mia testolina già carica di altre 3 lingue + latino + italiano + dialetti vari. Sembra che non ce la farò mai.

Però poi mi accorgo che, tra la grande massa di personaggi che mi scoraggiano dal continuare perché tanto non ho un futuro, o che mi guardano con sufficienza (come le matricolette con cui devo sostenere l’esame di greco del I anno), emergono quelli che, come stelle nel cielo notturno, mi illuminano e rendono la giornata migliore con poche parole.

E allora penso che, effettivamente, io ho avuto la fortuna di trovare nuovi amici, e anche dei professori che non lascerei per nulla al mondo, con cui parlare è ogni volta un’esperienza unica e piacevolissima.

Ho concluso che il primo periodo è difficile, certo, ma gli ultimi metri della corsa forse lo sono anche di più: non sai come e quando finirà, anche qui devi finire e non sai come ma sai che devi, e chissà dove andrai e cosa farai dopo! Sembra che nessuno ti possa aiutare, sembra che non ce la possa fare.

Adesso rimane l’incognita di quando e come finirò questa esperienza universitaria, rimane l’incognita di come sarò ridotta dopo la laurea e di dove andrò a continuare i miei studi e a condurre la mia vita.

Ma poi ci sono gli amici che mi aiutano con il greco e professori che dicono “se non ha frequentato il classico vuol dire che è motivata tanto quanto se non più dei suoi colleghi, quindi non si arrenda e finisca!”. E altri che, a modo loro, mi tirano su il morale e mi spingono ad andare, come la mia insegnante di latino del liceo, che si dice sempre fiera dei miei risultati e anche del fatto che sono l’unica, in tutti i suoi anni di servizio, ad aver affrontato gli studi classici dopo aver frequentato il liceo linguistico.

Insomma, nonostante il periodo difficile, so che c’è qualcuno, amico – collega – professore, lì fuori che mi può aiutare, spronandomi e/o consolandomi anche solo con le parole.

Ma ho la certezza incrollabile che qualcuno c’è.

L(‘)oro al tramonto.

tramonto

 

Non è difficile immaginarvi lì sulla scogliera, la terrazzina, la pergola di vite, le seggiole di legno, il tavolino di marmo intarsiato, gli abiti bianchi, i capelli all’ultima moda.
Le chiacchiere sull’ultimo attore, chi vincerà il prossimo match, le scommesse sui gladiatori.

Fra un acino d’uva e l’altro, l’ora decima arriva.

Lentamente vi coricate sui clinia, con la speranza che il sereno vi accompagni per tutta la serata, tra calici di rosso Falerno.

La cena non è ancora pronta, la conversazione continua: la curia domani si riunirà al tempio, la basilica pullulerà di persone, finite le commissioni potrete gustare una manciata di noci e fichi secchi lungo la strada.

La terrazza splende di riflessi preziosi, il sole si corica, come ad imitarvi, sul grande klithe del mare.

La luce iridescente dell’astro tinge di rosso, arancio, rosa tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Mare, Circe, scogli, bosco.

Come il mitico Mida, il suo tocco trasforma in metallo prezioso il mondo attorno a voi, a noi.

A me.





Scogliera del Faro di San Felice Circeo (LT), 27 – IX – 2014

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